Condominio – Note di comportamento in presenza di casi COVID19 nello stabile

GruppoSG srl - Cosi covid19 nello stabile

Per fornire le necessarie indicazioni utili a tutti i clienti, come Gruppo SG srl abbiamo pensato di riportare di seguito un articolo dell’Avv. Rocca contenete note in ordine al comportamento che l’amministratore condominiale dovrebbe tenere allorchè venga a conoscenza della presenza, all’interno dello stabile condominiale, di soggetto sottoposto ad isolamento domiciliare.

 

In questo difficile periodo, una delle problematiche che un amministratore condominiale può trovarsi ad affrontare è costituita dalla condotta da tenere qualora gli sia segnalata la presenza, all’interno di uno stabile, di persona soggetta a isolamento domiciliare.

Chi scrive ha avuto modo di ascoltare le parole di un magistrato milanese, che ha prospettato serie conseguenze penali per l’amministratore che, in tale evenienza, non avverta i condomini, menzionando il nominativo della persona interessata o quantomeno indicandone le iniziali. Chi sia interessato può collegarsi alla pagina facebook del Sole 24 Ore ed ascoltare la videoconferenza in occasione della quale tale opinione è stata espressa.

Mi permetto di dissentire ed è doveroso, a questo punto, spiegare le ragioni del mio dissenso.

Sicuramente è quanto mai opportuno e senz’altro raccomandabile che l’amministratore che abbia notizia di una situazione del genere (notizia certa o quantomeno verosimile, ovviamente, non potendosi dar retta a mere illazioni) avverta la collettività condominiale del fatto che nello stabile è presente una persona infetta, invitando i residenti ad osservare con estrema diligenza ogni debita precauzione.

Una condotta del genere si può considerare comunque doverosa sotto vari profili e, mi permetto di aggiungere, anche conveniente. Sicuramente i condomini saranno grati all’amministratore che, in qualche modo, li abbia “protetti”.

Fra questo comportamento necessario e l’espressa menzione dell’identità della persona infetta, raccomandata dal magistrato milanese, mi pare che il passo sia davvero lungo.

Penso, infatti, che si debba escludere la segnalazione pubblica del nominativo dell’interessato.

Il magistrato afferma che, quanto meno, si dovrebbero rendere note le “iniziali” dell’interessato. Mi permetto, anche in questo caso, di dissentire.

I casi sono due:

  • le sole iniziali rendono facilmente identificabile il contagiato, cosicché tanto varrebbe farne nome e cognome;
  • le stesse iniziali sono equivoche, con la conseguenza che l’amministratore verrà subissato di richieste di condomini che “vogliono sapere”.

 

Valgano alcune riflessioni.

In primo luogo non esiste una norma, fra le tantissime che sono state sinora emanate, che preveda tale adempimento in capo agli amministratori.

Più in generale, soprattutto, non esiste alcuna norma che preveda che lo stabile in cui risiede una persona infetta sia sottoposto ad un particolare regime, così come non esiste alcun precetto che prescriva che sia reso noto il nominativo di colui che sia infettato. Aggiungo che l’assenza di una norma del genere molto probabilmente non costituisce la conseguenza di una svista, bensì di una scelta del legislatore, che non ha ritenuto utile rendere di dominio pubblico l’identità delle persone sottoposte a isolamento.

D’altro canto, l’autorità sanitaria è perfettamente a conoscenza dell’indirizzo in cui si trova il soggetto sottoposto a isolamento, dovendone monitorare quotidianamente le condizioni.

In secondo luogo chiunque è tenuto ad osservare la normativa in vigore indipendentemente dalla presenza o meno, nello stabile, di soggetti infettati. Ciò significa, per esempio, che comunque non si deve prendere l’ascensore in due, che se due persone si incontrano per le scale devono evitare di stringersi la mano e che chiunque non sia un incosciente, una volta tornato a casa, deve lavarsi le mani con cura.

È inevitabile che, dopo aver letto l’avviso affisso in bacheca, qualcuno chieda di essere edotto in ordine all’identità del contagiato per verificare di non aver avuto contatti con quest’ultimo. Ha diritto ad ottenere tale informazione?

Occorre a questo punto domandarsi che cosa, in concreto, potrebbe fare un residente che scopra di aver avuto un contatto con il soggetto contagiato.

Potrebbe sottoporsi a tampone? Vediamo quali sono i casi per cui il Ministero della Salute prevede che si debba procedere a tale esame. Tra gli altri punti che portano o meno a decidere se fare il tampone del coronavirus ci sono quelli legati al contatto stretto con un malato.

Per contatto stretto il Ministero della Salute intende:

  • una persona che vive nella stessa casa [e non avrei dubbi in ordine al fatto che si intenda “stessa abitazione”: n.d.r.] di un caso di COVID-19; una persona che ha avuto un contatto fisico diretto con un caso di COVID-19 (per esempio la stretta di mano);
  • una persona che ha avuto un contatto diretto non protetto con le secrezioni di un caso di COVID-19 (ad esempio toccare a mani nude fazzoletti di carta usati);
  • una persona che ha avuto un contatto diretto (faccia a faccia con un caso di COVID-19, a distanza minore di 2 metri e di durata maggiore a 15 minuti;
  • una persona che si è trovata in un ambiente chiuso (ad esempio aula, sala riunioni, sala d’attesa dell’ospedale) con un caso di COVID-19 per almeno 15 minuti, a distanza minore di 2 metri;
  • un operatore sanitario o altra persona che fornisce assistenza diretta a un caso di COVID19 oppure personale di laboratorio addetto alla manipolazione di campioni di un caso di COVID-19 senza l’impiego dei DPI raccomandati (dispositivi di protezione individuale) o mediante l’utilizzo di DPI non idonei;
  • una persona che abbia viaggiato seduta in aereo nei due posti adiacenti, in qualsiasi direzione, di un caso di COVID-19, i compagni di viaggio o le persone addette all’assistenza e i membri dell’equipaggio addetti alla sezione dell’aereo dove il caso indice era seduto (qualora il caso indice abbia una sintomatologia grave o abbia effettuato spostamenti all’interno dell’aereo, determinando una maggiore esposizione dei passeggeri, considerare come contatti stretti tutti i passeggeri seduti nella stessa sezione dell’aereo o in tutto l’aereo). Il collegamento epidemiologico può essere avvenuto entro un periodo di 14 giorni prima dell’insorgenza della malattia nel caso in esame.

Pare improbabile che due residenti, di questi tempi, si soffermino a discettare sul pianerottolo per più di un quarto d’ora, per di più senza mascherine, o che si stringano la mano, cosa che solitamente non avviene neppure in tempi normali, allorchè ci si incontri per le scale.

In altre parole, oggi come oggi, se una persona (asintomantica, beninteso) chiedesse di essere sottoposta al “tampone” per il solo fatto di aver frettolosamente incrociato un soggetto contagiato nell’androne, l’autorità sanitaria gli negherebbe tale riscontro, riservato a soggetti che si siano trovati nelle situazioni sopra indicate. Se diversamente fosse, i protocolli esigerebbero la sottoposizione al “tampone” di tutti coloro che risiedono allo stesso indirizzo del contagiato, il che non è.

Aggiungo che sapere che nello stabile risiede una persona contagiata, ma senza conoscerne l’identità, può servire a rendere i condomini più attenti e diligenti nel rispetto delle precauzioni: ciò è perfettamente coerente al criterio che informa le attuali prescrizioni, che si fonda sull’assunto che chiunque, senza eccezioni, può essere un potenziale portatore del virus. Il cosiddetto “distanziamento sociale” deve essere applicato verso chiunque e non solo nei confronti di coloro che appaiono “sospetti”.

Se, comunque, un condomino fosse stato così negligente ed imprudente da infrangere le elementari norme di comportamento che ci vengono dettate, la soluzione potrebbe, in casi estremi, consistere nel contattare l’amministratore, spiegargli di essersi, per esempio, lungamente intrattenuto nell’androne con il sig. Rossi del terzo piano, domandandogli se per caso sia proprio il sig. Rossi ad essere contagiato.

Un altro aspetto da esaminare è quello della sanificazione delle parti comuni.

Qualora sia emanato un provvedimento che la ordini (in questi giorni molti sindaci emanano ordinanze che la prescrivono), nulla quaestio.

Se l’amministratore, dopo aver avuto notizia della presenza di persona sottoposta a quarantena, provvede a richiedere la sanificazione (da impresa che abbia tutti i requisiti di legge, beninteso), agisce senz’altro correttamente ed è molto probabile che i condomini gliene siano grati.

Il problema è che, evidentemente, gli effetti della sanificazione sono destinati a durare ben poco: maniglie, corrimano e pulsantiere ben presto ridiverranno fonti di rischio.

A questo punto ulteriori interventi saranno giustificati solo se espressamente invocati dai condomini. In caso contrario converrà limitarsi a dare severe prescrizioni all’impresa di pulizie.

Davide Rocca